La Parola è la mia casa: [01/11/2026] Tutti i santi TO anno A

Comunità pastorale delle parrocchie di Chiuro e Castionetto

La Parola è la mia casa: [01/11/2026] Tutti i santi TO anno A

La santità non può essere delegata al prete

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

La solennità di tutti i Santi celebra la comunione dei santi: siamo uniti a Cristo e, in lui, gli uni agli altri, anche oltre la morte. Condividiamo le cose sante, anzitutto la Parola e i sacramenti; partecipiamo alla stessa vita di fede, nella quale i doni di ciascuno sono per il bene di tutti; siamo legati ai fratelli e alle sorelle che ci hanno preceduto e vivono in Dio.

La santità, dunque, non è un’impresa individuale: è una vita ricevuta e condivisa. Questa comunione comincia nel battesimo. Prima di ogni altra vocazione, ministero o servizio, viene la chiamata a essere cristiani. Prima di essere preti, consacrati, catechisti, lettori o operatori pastorali, siamo stati immersi nella morte e risurrezione di Cristo e resi partecipi della sua vita. La santità non è il privilegio di alcuni: è la vocazione fondamentale di tutti i battezzati.

Il Vangelo delle Beatitudini ci mostra che cosa significhi: vivere secondo lo stile di Gesù, nella povertà di
spirito, nella mitezza, nella misericordia, nella fame di giustizia e nella ricerca della pace. I santi non sono copie l’uno dell’altro: ciascuno ha dato forma al Vangelo nella propria storia.

Il Concilio Vaticano II ha riscoperto il sacerdozio comune dei fedeli. Tutti i battezzati partecipano alla missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo. Il sacerdozio ministeriale, cioè l’essere ordinati sacerdoti, non è una forma superiore di cristianesimo: è un ministero specifico, al servizio della Parola, dei sacramenti e della comunione ecclesiale. Non sostituisce il sacerdozio battesimale, ma lo serve e lo alimenta.

Questo ha conseguenze molto concrete, soprattutto nelle comunità pastorali, dove le piccole comunità rischiano di sopravvivere soltanto fin ché c’è un parroco. Una comunità cristiana non è viva perché c’è un prete che fa tutto, ma perché ci sono battezzati che vivono la fede, si prendono cura gli uni degli altri e custodiscono la presenza del Vangelo nel territorio. I laici non sono il personale di supporto del parroco: sono Chiesa a pieno titolo, corresponsabili della sua vita e della sua missione. Ci sono momenti nei quali la comunità può e deve ritrovarsi anche senza il presbitero: ascoltare la Parola, pregare insieme, recitare il Rosario, celebrare la Liturgia delle Ore, accompagnare chi è malato o solo, ricordare i defunti. Quando non è richiesta la presidenza del ministro ordinato, i laici possono guidare queste preghiere secondo le disposizioni liturgiche della Chiesa. Il Rosario non è meno bello, meno vero o meno fecondo perché non c’è un prete a guidarlo. La preghiera non acquista valore dalla presenza di una veste liturgica, ma dalla fede di una comunità che si raccoglie nel nome del Signore.

Questo non significa confondere i ministeri o rendere superfluo il prete. L’Eucaristia e gli altri atti riservati al ministro ordinato restano tali. Significa, piuttosto, non trasformare la necessità del ministero ordinato in una dipendenza che infantilizza i battezzati e spegne le loro responsabilità.

La vocazione dei laici, inoltre, non si esaurisce in parrocchia: si esercita nella famiglia, nel lavoro, nella scuola, nella cultura, nella vita sociale e politica, là dove si difendono la dignità delle persone, la giustizia e la pace.

I santi ci ricordano che la Chiesa vive della santità che lo Spirito suscita in ciascuno. Celebrare la loro festa significa riscoprire la nostra vocazione battesimale: non spettatori, non semplici collaboratori, ma membra vive del corpo di Cristo. La comunione dei santi diventa reale quando ciascuno mette ciò che è e ciò che ha a servizio degli altri. La santità non è una delega: è la responsabilità di tutti i battezzati di tenere viva la fede, insieme, là dove il Signore li ha posti.

Nella Chiesa del futuro emergerà chiaramente che la vita ecclesiastica non dipende unicamente né principalmente dal presbitero ma dalla collaborazione di tutti i fedeli, che devono adempiere la loro personale missione nel servizio al popolo di Dio.

p. Karl Rahner