
Non puoi amare Dio calpestando l’uomo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
«Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Il verbo greco usato da Matteo e tradotto con “dipendere” significa letteralmente, “è appeso”, “pende da”. Tutta la Scrittura è come una realtà sospesa a due punti di sostegno: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Se vengono meno questi due appigli, tutto il resto crolla: la religione, l’osservanza delle regole, le nostre pie devozioni.
Gesù unisce insieme due precetti già noti in Israele (l’inizio della più importante preghiera dell’ebraismo, lo Shemà Israel, Dt 6,5, e il vertice del suggestivo capitolo 19 del libro del Levitico), mostrandone l’unità inscindibile: non si può amare il Dio invisibile se si ignora l’uomo visibile; e non si può amare il prossimo in modo puro senza attingere alla sorgente divina dell’amore.
Ma attenzione: Gesù non ci carica di un dovere impossibile. Egli non ci chiede di amare con le nostre povere forze. In realtà, prima di essere un comandamento, l’amore è un dono che riceviamo. Possiamo amare Dio e il prossimo perché Dio per primo ci ha amati, riscattati e coperti con la sua misericordia.
La prima lettura, dal libro dell’Esodo, ci mostra la concretezza di questo amore. Dio non ci dà una definizione astratta dell’amore, ma ci indica il volto del prossimo: lo straniero, la vedova, l’orfano, il povero a cui è rimasto solo il mantello per la notte. Lo straniero è colui che non appartiene al popolo, privo di protezione e facilmente considerato un intruso. Israele non deve opprimerlo, perché conosce l’esperienza di essere straniero in Egitto. La memoria della propria liberazione dovrebbe impedirgli di diventare a sua volta oppressore. La vedova e l’orfano sono persone rimaste senza chi garantiva loro sostegno e sicurezza, esposte all’arbitrio dei più forti. Il povero che dà in pegno il mantello è invece chi, per ottenere un prestito, rischia di perdere persino ciò che gli serve per ripararsi dal freddo. La Legge impone di restituirglielo prima del tramonto: il diritto del creditore non può cancellare la dignità del debitore. Oggi questi volti antichi hanno i nomi dei migranti in cerca di futuro, degli anziani soli nelle nostre case, dei lavoratori precari o delle famiglie schiacciate dalle preoccupazioni economiche.
Perché Dio si schiera dalla loro parte? L’Esodo è netto: «Se egli grida verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso». Dio non resta indifferente al grido di chi soffre. E avverte chi approfitta della fragilità altrui che il culto non può diventare un alibi per l’ingiustizia. Quando Dio dice «Io sono pietoso e ascolterò il loro grido», ci rivela chi Egli è. Ma ci dice anche che Gesù stesso si è fatto povero, forestiero e spogliato di tutto per noi sulla Croce.
Qui il Vangelo e la prima lettura si illuminano reciprocamente. Se tutta la Legge e i Profeti dipendono dall’amore, il loro senso si verifica nel modo in cui trattiamo i più vulnerabili. E c’è una conseguenza esigente: chi si mette contro il povero che incrocia il proprio cammino, contro il prossimo concreto che chiede ascolto e giustizia, si mette contro il Dio che quel povero difende. Non basta invocare Dio se poi si umilia chi egli protegge; non basta onorarlo nelle nostre chiese se fuori lasciamo che il debole venga schiacciato.
L’amore a Dio non si misura soltanto nelle preghiere, né quello al prossimo nelle buone intenzioni: entrambi diventano visibili nelle scelte, nelle relazioni e nelle strutture che possono proteggere oppure opprimere le persone. Il Dio che ascolta il grido del povero ci chiede di non limitarci ad ascoltarlo anche noi, ma di diventare risposta al suo grido. È qui che si verifica la nostra fede: tutto dipende dall’amore, e l’amore, per essere vero, deve arrivare fino a chi rischia di restare senza difesa.
L’affermazione dell’amore di Dio diventa una menzogna, se l’uomo si chiude al prossimo o
addirittura lo odia.
papa Benedetto XVI
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La Parola è la mia casa: [25/10/2026] XXX dom TO anno A
Non puoi amare Dio calpestando l’uomo
«Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Il verbo greco usato da Matteo e tradotto con “dipendere” significa letteralmente, “è appeso”, “pende da”. Tutta la Scrittura è come una realtà sospesa a due punti di sostegno: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Se vengono meno questi due appigli, tutto il resto crolla: la religione, l’osservanza delle regole, le nostre pie devozioni.
Gesù unisce insieme due precetti già noti in Israele (l’inizio della più importante preghiera dell’ebraismo, lo Shemà Israel, Dt 6,5, e il vertice del suggestivo capitolo 19 del libro del Levitico), mostrandone l’unità inscindibile: non si può amare il Dio invisibile se si ignora l’uomo visibile; e non si può amare il prossimo in modo puro senza attingere alla sorgente divina dell’amore.
Ma attenzione: Gesù non ci carica di un dovere impossibile. Egli non ci chiede di amare con le nostre povere forze. In realtà, prima di essere un comandamento, l’amore è un dono che riceviamo. Possiamo amare Dio e il prossimo perché Dio per primo ci ha amati, riscattati e coperti con la sua misericordia.
La prima lettura, dal libro dell’Esodo, ci mostra la concretezza di questo amore. Dio non ci dà una definizione astratta dell’amore, ma ci indica il volto del prossimo: lo straniero, la vedova, l’orfano, il povero a cui è rimasto solo il mantello per la notte. Lo straniero è colui che non appartiene al popolo, privo di protezione e facilmente considerato un intruso. Israele non deve opprimerlo, perché conosce l’esperienza di essere straniero in Egitto. La memoria della propria liberazione dovrebbe impedirgli di diventare a sua volta oppressore. La vedova e l’orfano sono persone rimaste senza chi garantiva loro sostegno e sicurezza, esposte all’arbitrio dei più forti. Il povero che dà in pegno il mantello è invece chi, per ottenere un prestito, rischia di perdere persino ciò che gli serve per ripararsi dal freddo. La Legge impone di restituirglielo prima del tramonto: il diritto del creditore non può cancellare la dignità del debitore. Oggi questi volti antichi hanno i nomi dei migranti in cerca di futuro, degli anziani soli nelle nostre case, dei lavoratori precari o delle famiglie schiacciate dalle preoccupazioni economiche.
Perché Dio si schiera dalla loro parte? L’Esodo è netto: «Se egli grida verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso». Dio non resta indifferente al grido di chi soffre. E avverte chi approfitta della fragilità altrui che il culto non può diventare un alibi per l’ingiustizia. Quando Dio dice «Io sono pietoso e ascolterò il loro grido», ci rivela chi Egli è. Ma ci dice anche che Gesù stesso si è fatto povero, forestiero e spogliato di tutto per noi sulla Croce.
Qui il Vangelo e la prima lettura si illuminano reciprocamente. Se tutta la Legge e i Profeti dipendono dall’amore, il loro senso si verifica nel modo in cui trattiamo i più vulnerabili. E c’è una conseguenza esigente: chi si mette contro il povero che incrocia il proprio cammino, contro il prossimo concreto che chiede ascolto e giustizia, si mette contro il Dio che quel povero difende. Non basta invocare Dio se poi si umilia chi egli protegge; non basta onorarlo nelle nostre chiese se fuori lasciamo che il debole venga schiacciato.
L’amore a Dio non si misura soltanto nelle preghiere, né quello al prossimo nelle buone intenzioni: entrambi diventano visibili nelle scelte, nelle relazioni e nelle strutture che possono proteggere oppure opprimere le persone. Il Dio che ascolta il grido del povero ci chiede di non limitarci ad ascoltarlo anche noi, ma di diventare risposta al suo grido. È qui che si verifica la nostra fede: tutto dipende dall’amore, e l’amore, per essere vero, deve arrivare fino a chi rischia di restare senza difesa.
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